cibo, comportamento

Cibo e comportamento: legame possibile?

Lo sai che il cibo che mangiamo può “modificare” il nostro comportamento?

Dopo avere dato un’occhiata più globale a come il nostro intestino sia, a tutti gli effetti, una “macchina pensante”, prepariamoci a entrare “nel vivo” della questione, evidenziando come il cibo possa davvero “modificare” il nostro comportamento e come un’alimentazione errata o inadatta possa, in alcuni casi, favorire problematiche psichiche anche di una certa entità.

Sergio Ragaini

Il cibo che “espande”, che “contrae” e che… “deprime”

Chi fa meditazione a un certo livello, soprattutto meditazioni che tendono a una grande espansione di coscienza, talvolta afferma che, se si nutre di cibo carneo e, in alcuni casi di uova, fa più fatica a meditare e a concentrasi. Il cibo carneo, che contiene, di fatto, molte proteine e pochi carboidrati, determina un maggior afflusso di sangue allo stomaco durante la digestione. Questo provoca sonnolenza e la sonnolenza peggiora indubbiamente la qualità della meditazione.

Se poi ci sia dell’altro, non so. La mente è, in determinate circostanze, molto brava nel creare anche situazioni immaginarie, in qualche modo permettendo di percepire ciò che è soltanto immaginato. Quindi, forse, il pensare che, mangiando cibo carneo, la meditazione peggiorerà, è sufficiente per farla peggiorare davvero.

Per il resto, mi fermo qui. L’idea che “per compiere un cammino spirituale occorre essere vegetariani” mi sembra eccessiva e del tutto fuori luogo. Come diceva Gesù Cristo, non dobbiamo preoccuparci di quello che entra nella nostra bocca, ma di quello che ne esce.

Non è quel che entra nella bocca che contamina l’uomo; ma quel che esce dalla bocca, ecco quel che contamina l’uomo. (Matteo 15,11)

Tuttavia, anche quello che entra, talvolta, può contribuire a modificare determinati comportamenti. Le “emozioni del cibo” possono passare nel cibo stesso e diventare le “nostre emozioni”. Nell’articolo Pensieri, azioni ed emozioni? È tutta questione di pancia!, abbiamo fatto l’esempio della carne, che potrebbe portare con sé le emozioni negative dell’animale ucciso. Queste emozioni potrebbero passare dentro di noi.

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Cibo e comportamento: è tutta questione di “contrattività” o “espansività”

Uno studio interessante che ha cercato di tracciare un parallelo tra tipologie di cibo e comportamento, compreso il fatto di andare o meno verso lo spirituale, è quello effettuato, ancora diversi anni fa, dai coniugi statunitensi Saul e Jo Anne Miller, entrambi psichiatri, e descritto nel libro Cibo per la Mente.

La cosa interessante dello studio è quella di avere messo in relazione le componenti, per così dire, “spirituali” del cibo con quelle più strettamente legate alla loro struttura. I cibi sono stati così suddivisi in “espansivi” e “contrattivi”. I primi portano verso l’alto, verso la spiritualità e permettono un’espansione di coscienza; i secondi portano verso la terra, verso la materia.

Quello che appare interessante è che la “contrattività” o “espansività” del cibo, corrisponde al rapporto proteine/carboidrati. Vale a dire che i cibi ad alto contenuto di proteine e basso contenuto di carboidrati sono “contrattivi”, viceversa, i cibi che contengono molti carboidrati e poche proteine sono “espansivi”.

Carboidrati vs proteine

Qui è importante sfatare subito un’errata convinzione. Molte persone, infatti, pensando ai carboidrati, pensano subito alla pasta, al pane e così via. In verità, gli alimenti appena nominati non sono sicuramente quelli più ricchi di carboidrati.

I carboidrati, come dice il nome stesso, sono quei cibi che contengono carbonio, idrogeno e ossigeno o, meglio idrossido (detto anche idrato) di carbonio. I cibi più ricchi di carboidrati sono gli zuccheri semplici, il cui rapporto proteine/carboidrati è 0/99 (questi cibi non contengono proteine). Viceversa, i cibi più ricchi di proteine sono: carne (25/0), pesce (16/0) e uova (15/1).

Come si può vedere, carne e pesce non contengono carboidrati; dunque non contengono carbonio, idrogeno e ossigeno. Per la loro digestione occorrerà, quindi, usare l’ossigeno contenuto nel sangue (NB: il processo digestivo è, sostanzialmente, un processo “ossidativo”, ovvero richiede ossigeno. Se questo ossigeno non è presente nel cibo, va attinto dal sangue).

Anche le uova hanno un alto contenuto di proteine rispetto ai carboidrati. I formaggi, in media, hanno 10/1 come rapporto. Quello che è interessante notare è che la frutta, ad esempio, contiene molti più carboidrati della pasta e del pane.

1/7 è il giusto rapporto proteine/carboidrati

Secondo lo studio dei coniugi Miller, il giusto rapporto proteine/carboidrati che dovremmo tenere è 1/7, quindi 7 volte più carboidrati rispetto alle proteine. Quali sono i cibi che rispettano questo rapporto? Quelli cosiddetti della “fascia centrale”: il latte materno, il pane integrale, la frutta e la verdura (usate in equilibrio: la frutta è più “espansiva”).

È importante non esagerare con la carne poiché, usando le parole degli studiosi, “la carne richiama i dolci”. Nel caso dei cibi confezionati, è utile leggere l’analisi media delle componenti del prodotto (di solito riportata sulla confezione) che ci dà un’idea anche della quantità di proteine e carboidrati contenute. Questo ci aiuterà a capire se il cibo che stiamo mangiando è “contrattivo” (rapporto maggiore di 1/7) o “espansivo” (rapporto minore di 1/7).

Lo studio dei coniugi Miller e i dati da loro presentati al suo interno, suffragherebbe un’alimentazione tendenzialmente vegetariana che, parrebbe, la più equilibrata. Dando uno sguardo alla ben nota “piramide alimentare” vediamo che gli alimenti che dovrebbero essere maggiormente consumati, sono proprio frutta, verdura, pasta e pane (non raffinati però, come vedremo tra poco). La carne, andrebbe consumata in quantità molto minori e, infatti, si trova al vertice.

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Il cibo raffinato è dannoso

Il cibo raffinato viene dichiarato come dannoso. Si dice addirittura “cibo disgregato = comportamento disgregato”. In effetti, il raffinare il cibo è stato, per l’umanità, un grosso errore. E forse l’esempio di come il “simbolo”, in questo caso del bianco (raffinato) contro il nero (integrale), abbia significato candore contro oscurità. In questo caso, quindi, una simbologia ha permesso la diffusione di cibo deleterio.

Come abbiamo già evidenziato, l’intestino comunica direttamente con il cervello: è provato, anche nello studio proposto dai coniugi Miller che, mangiando cibo raffinato, il cervello riceve impulsi molto più disordinati e confusi. Occorrerebbe, quindi, mangiare sempre pane e pasta integrali. Personalmente, dove possibile, lo sto facendo: è anche molto più buona!

Attenzione anche allo zucchero! Alza la glicemia provocando, talvolta, una vaga euforia. Tuttavia, il pancreas continua a produrre insulina anche dopo che lo zucchero è stato completamente metabolizzato (il segnale di “stop” giunge, quindi, dopo). Il risultato sarà che, nella maggior parte dei casi, chi mangia molti dolci avrà un valore glicemico piuttosto basso.

Proprio per questo loro effetto, gli zuccheri semplici provocano sbalzi di umore, una tendenza a generare tristezza e, in alcuni casi, squilibri di comportamento. Come riportato nel citato Cibo per la Mente, esami del sangue fatti su pericolosi criminali in Argentina, hanno dimostrato, in diversi di questi, squilibri a livello glicemico.

Tristezza da zucchero

C’è anche chi parla di Sugar Blues (tristezza da zucchero). Sugarblues è anche il titolo di un libro che tratta di questo argomento. Si tratta di un lavoro scritto da William Dufty nel 1975. Un libro che è divenuto un vero best seller, vendendo oltre 1,6 milioni di copie nel mondo, che Dufty scrisse dopo l’incontro con l’attrice Gloria Swanson, che lo aveva introdotto allo stile di vita macrobiotico.

I coniugi Miller mettono in guardia anche i bambini dal consumare troppe merendine, perché sono piene di zuccheri semplici. E pensate, negli Stati Uniti, in diversi istituti psichiatrici, abbondano i distributori di snack molto dolci che, sicuramente, non aiutano a migliorare la situazione dei pazienti.

Quanto visto ora traccia un parallelo molto preciso tra cibo e comportamento. Prospettando anche il fatto che un’adeguata alimentazione può aiutare molto l’umore e anche pazienti con squilibri a livello psichico. Questo corrisponde al vero e, nel proseguo della trattazione, ne troveremo sempre più conferma.

Somatopsichica: non solo una parola

In molti avranno sentito parlare di psicosomatica. Non a caso, la PNEI acronimo di “Psico Neuro Endocrino Immunologia”, si occupa proprio dei rapporti tra psiche e corpo e di come la psiche possa influire suol corpo. Questo può permettere, ad esempio, a una persona che “vuole” davvero guarire da qualcosa, di poter guarire (puoi approfondire in questo articolo sull’autoguarigione).

Non molti avranno, però, sentito parlare di somatopsichica, ovvero l’influenza del corpo sulla mente. Se è vero che un corpo è sano in una mente sana, è pur vero che una mente, per essere sana, abbisogna di un corpo sano. Una persona che, per esempio, ha squilibri a livello glicemico, come minimo avrà notevoli sbalzi di umore, se non reazioni peggiori. Quindi, non solo ciò che avviene nella mente influenza ciò che avviene nel corpo, ma è vero anche il contrario, ovvero quello che avviene nel corpo influenza quello che accade nella mente.

Questo, esteso alla sfera psichica e all’alimentazione ci potrebbe dire che, in alcuni casi, un legame ben preciso tra quello che mangiamo e determinate problematiche legate alla psiche potrebbe esistere.

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Regoliamo la serotonina con Vitamina D e aminoacidi

Collegato a questo discorso, vi è l’interessante studio condotto nel 2014 da due ricercatori del centro Ricerche del Children Hospital (Ospedale Pediatrico) di Oakland, in California. Lo studio è stato pubblicato, in due parti, sulla rivista statunitense FASEB Journal, nel febbraio 2015. In questo studio, i ricercatori dimostrano come la sintesi e il rilascio di serotonina sia modulato da vitamina D e da due aminoacidi, EPA (acido eicosapentaenoico) e  DHA (acido docosaesanoico).

La prima delle due parti dello studio riguarda l’autismo, la seconda riguarda una serie di patologie: dall’ADHD (Deficit da Disturbo dell’Attenzione) al disturbo bipolare, al comportamento impulsivo, sino alla schizofrenia.

Le fonti naturali di EPA, DHA e vitamina D

Il legame con l’alimentazione si trova considerando le fonti naturali di questi prodotti. L’EPA si trova nelle microalghe: viene quindi immagazzinato dai pesci. Ne sono ricchi, in particolare, i pesci di acque marine fredde, quali salmone, sgombro, merluzzo. Per i vegetariani, fonti di EPA sono rappresentate da alghe come la spirulina o la klamath. Il DHA, invece, si trova nel salmone, oltre che nel pesce azzurro (alici, aringhe e sardine) e nel tonno.

Entrambi questi amminoacidi si trovano in quantitativi ancora maggiori nell’olio ricavato da questi pesci. Il pesce, in particolare trota, sogliola, sgombro, salmone, pesce spada, storione, tonno e sardine, e il suo olio, sono una buona fonte anche di vitamina D. Così come le uova, in particolare il tuorlo e, anche se in misura minore, il latte e i latticini in generale. Tra i vegetali, l’unica fonte di vitamina D sono i funghi.

La vitamina D, tuttavia, è detta anche “raggio di sole”, perché l’esposizione al sole consente la trasformazione di uno dei componenti del colesterolo “buono” della pelle in vitamina D. Per questo motivo, prendere il sole, oltre che le ossa (la vitamina D è utilizzata per il trasporto del calcio: non a caso si chiama “Calciferolo”) aiuta l’umore.

Intestino e depressione: quando le intolleranze alimentari hanno il loro peso

La serotonina è prodotta per il 90-95% nell’intestino. Come abbiamo visto nel precedente articolo, l’intestino è un “secondo cervello”: i suoi meccanismi influenzano, quindi, anche la psiche. Non a caso, chi soffre di colon irritabile, spesso è soggetto a sbalzi di umore e depressione. Va da sé che lavorare sulla sfera intestinale aiuta anche in caso di problematiche connesse con la serotonina. Questo è vero, particolarmente, in presenza di intolleranze alimentari, che portano con sé problemi metabolici legati a determinati cibi.

A questo punto, tuttavia, credo sia importante fare una precisazione. Molti confondono le “intolleranze alimentari”, con le “allergie alimentari”. Sono invece due cose completamente diverse. L’allergia è una ben precisa risposta del sistema immunitario, solitamente immediata. Se si è allergici a un cibo si sa che occorre evitarlo. Le intolleranze, invece, sono molto più “subdole”: infatti, si può essere intolleranti a un cibo e mangiarlo per molto tempo senza che appaiano effetti o, se appaiono effetti, si attribuiscono ad altro.

Un esempio pratico

Supponiamo che una persona cominci a soffrire di strani mal di testa. Non ne capisce il motivo, visto che nemmeno vari esami gliene forniscono la causa. Poi, magari, scopre per caso che, non mangiando formaggi o cioccolato, questo mal di testa sparisce e ricompare quando ritorna a mangiare formaggi o cioccolato. A questo punto, la persona capisce che c’è un problema legato a questi alimenti. Evitandoli, quindi, il problema sparirà (puoi approfondire leggendo anche Allergie e intolleranze alimentari: sai qual è la differenza?).

Le intolleranze sono sovente così: si è intolleranti a un cibo e non si hanno, apparentemente, effetti di alcun genere, salvo poi manifestare degli effetti in tutt’altra parte del corpo. Effetti che, difficilmente, potrebbero essere fatti risalire a un determinato cibo.

In alcuni casi, queste intolleranze sono più facili da scoprire. Per esempio, alcune persone sono dimagrite anche 20 chili e oltre, semplicemente eliminando i formaggi dalla loro alimentazione. Il salire molto di peso è un sintomo di intolleranza, perché mostra come un cibo non venga adeguatamente metabolizzato, generando accumulo di grassi nell’organismo, che si traducono in aumento di peso corporeo.

Intolleranze e psiche

In altri casi queste intolleranze possono avere ripercussioni, non solo sul fisico, ma anche sulla psiche. Cosa sicuramente possibile, tenuto conto del rapporto, già evidenziato, tra mente e corpo. Alcune delle problematiche psichiche derivanti da intolleranze alimentari possono essere anche di una certa entità.

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Avevo già citato, in un precedente articolo, il caso di un’amica che, soffrendo di depressione, aveva deciso di sottoporsi a un test sulle intolleranze alimentari. Questo test aveva rivelato una parziale intolleranza al glutine. È bastato, in questo caso, smettere di mangiare pasta e, in generale, prodotti contenenti glutine, per vedere il problema svanire.

La mia amica aveva voluto fare una controprova, introducendo di nuovo la pasta nella sua alimentazione. Per scoprire che il problema depressione si ripresentava. Questo è un esempio di come le intolleranze alimentari possano influire direttamente su problematiche psichiche. E sono molte le problematiche psichiche che si sono risolte mediante l’alimentazione.

L’intolleranza al glutine, secondo il lavoro The Schizophrenias, ours to conquer, di Carl Pfeiffer, Richard Mailloux e Linda Forsythe, è responsabile di circa il 4% dei casi di schizofrenia. La schizofrenia, però, può essere, in qualche modo, collegata anche ad altri disordini alimentari, almeno in alcuni casi.

Quindi, nel caso si presentino problematiche legate alla psiche, in particolare se non si riesce ad evidenziare una “causa scatenante” (come un lutto, una separazione, un forte insuccesso o situazioni consimili), può essere sicuramente utile eseguire un test delle intolleranze alimentari.

L’importanza di scegliere un test giusto e attendibile

È, però, importante, se si decide di intraprendere un test di questo tipo, rivolgersi a strutture qualificate, che siano in grado “realmente” di eseguire un test attendibile.

Ricordo, tempo fa, di avere assistito a una trasmissione sulla Televisione Svizzera Italiana, parte dell’interessante programma Patti Chiari. Si parlava proprio di intolleranze alimentari. Durante la trasmissione è stato mostrato come due ciocche di capelli prelevate dalla stessa persona e inviate per l’esame a un Centro dedicato, facendole apparire come provenienti da persone diverse, abbiano dato risultati completamente diversi nonostante appartenessero alla stessa persona!

È quindi importante rivolgersi a strutture attendibili e adeguatamente qualificate, dove i test siano in grado di fornire dati oggettivamente corretti. Il rischio è, altrimenti, quello di ottenere risultati che ci potrebbero portare a privarci inutilmente di determinati cibi, invece, molto utili per la nostra salute, e conseguente peggioramento della situazione.

Ma, allora con il cibo si risolvono sempre patologie psichiche?

La risposta è non sempre! Talvolta, lavorare sull’alimentazione aiuta, ma non risolve! È vero che, spesso, cambiare alimentazione può aiutare a migliorare determinate condizioni legate alla psiche e risollevare, almeno un po’, da gravi problematiche. Tuttavia, talvolta, questo è solo un aiuto, un compendio alla cura.

Quindi, se un test “serio” delle intolleranze alimentari può dirci qualcosa di più su una determinata situazione psichica, è similmente vero che da questo non arriva, necessariamente, la soluzione definitiva.

In determinate situazioni più gravi, legate spesso alla cosiddetta “depressione maggiore” o, addirittura a forme di schizofrenia, un supporto farmacologico appare l’unica soluzione possibile. Almeno finché non si lasci il tempo ad altri eventuali trattamenti, compresi quelli nutrizionali, di espletare il loro effetto.

Quando tutto, davanti a una persona, appare buio, anche uno spiraglio di “luce biochimica” può cambiarle la vita e disporla nelle condizioni di lavorare su di sé. Senza questo spiraglio di luce, nessuna possibilità di lavoro interiore sarebbe possibile. Solo agire con qualcosa che sortisca effetti tangibili nel più breve tempo possibile è, talvolta, l’unica strada per poter poi lavorare ad altro livello.

Questo fatto, però, ci porta in un’ottica davvero “olistica”, intendendo con questo termine qualcosa di globale, dove diverse terapie possono coesistere (seguire cure allopatiche e alternative alimentari, per esempio) e si lavora su più livelli. I grandi terapisti del passato e del presente devono i loro successi anche alla loro capacità di saper combinare diverse tipologie di cure, senza escluderne a priori nessuna. Infatti, solo dalla sinergia deriva ciò che porta davvero verso la salute e il benessere.

Riferimenti e approfondimenti

  • Food for Thought
  • Patrick RP et al. Vitamin D hormone regulates serotonin synthesis. Part 1: relevance for autism. The FASEB Journal. 2014; 28(6):2398-2413.
  • Patrick RP et al. Vitamin D and the omega-3 fatty acids control serotonin synthesis and action, part 2: relevance for ADHD, bipolar, schizophrenia, and impulsive behavior. The FASEB Journal.2015; Published online before print.
  • Miller S, Miller Jo A. Cibo per la mente. Una nuova visione dei rapporti tra cibo e comportamento. Macro Edizioni
  • Dufty W. Sugarblues, il mal di zucchero. Macro Edizioni
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Articolo pubblicato il 10 ottobre 2017Categoria/e: Alle radici del b... alimentari Tag:, , , , , , , , Visualizzazioni: 2469Permalink: http://www ... ento/
Sergio Ragaini

Articolo di: Sergio Ragaini

Musicista, scrittore e divulgatore. Laureato in Matematica, ha sempre visto la Matematica come mezzo per “andare oltre” le percezioni, oltre...