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Cibo e comportamento: legame possibile?

Pensieri, azioni ed emozioni? È tutta questione di pancia!

Spesso si dice che “siamo quello che mangiamo o che “quello che mangiamo diventiamo”. Frasi che esprimono un legame fra cibo e comportamento, ovvero quello che realmente accade in noi e non solo fisicamente, ma anche in merito al nostro comportamento.

Infatti, la struttura stessa del nostro apparato digerente o, più precisamente, dell’intestino, è strettamente collegata al cervello e, quindi, in grado di generare pensieri ed emozioni.

Il cibo gioca, dunque, un ruolo fondamentale nella qualità dei nostri pensieri, emozioni e azioni. Cerchiamo di comprendere, più in dettaglio, come questo avviene e perché.

Sergio Ragaini

 

Cibo e comportamento: una relazione profonda

Cibo e comportamento: qualcosa che a molti può suonare strano. Che legame ci può essere tra quello che mangiamo e le nostre emozioni, i nostri comportamenti e, addirittura, i nostri pensieri? Eppure la relazione esiste e non è sicuramente qualcosa di vago e indeterminato.

Basta osservare il nostro corpo. Il cervello ne fa parte, non è qualcosa di separato sebbene, alcuni, tendano a considerare corpo e mente come due strutture indipendenti. Il cervello è parte del corpo e la natura di quello che giunge nel nostro cervello è la stessa di quello che giunge nel nostro corpo. Il sangue che raggiunge il cervello è lo stesso che circola nel resto del corpo.

Ma il cervello e il pensiero come possono essere legati alla nostra pancia?

Pensieri ed emozioni dipendono da quello che mangiamo, soprattutto se il cervello non è solo un “elaboratore”

Noi siamo abituati a considerare i pensieri come qualcosa che, non solo fa parte “interamente” di noi, ma che è strettamente legato al nostro cervello. In verità, sembra invece possibile che quello che passa nella nostra mente non sia solo elaborato da noi, che i pensieri che noi abbiamo e che passano nella nostra mente, non siano davvero “nostri” ma che vengano, in un qualche modo, solo da noi “ricevuti”.

Se questo fosse vero, il nostro cervello non dovrebbe essere considerato solo uno strumento di elaborazione dati, paragonabile a un computer molto potente, ma anche qualcosa in grado di ricevere pensieri dall’esterno, un po’ come un computer collegato a internet. Questo potrebbe dirci molte cose sul nostro modo di essere.

Dunque, se il nostro cervello non è solo un elaboratore ma anche un ricevitore, il cibo potrebbe essere il tuner giusto che permette di sintonizzarci su una determinata frequenza, piuttosto che su un’altra e di scegliere, quindi, cosa ricevere. Il cibo, in questo senso, può sicuramente aiutare a sintonizzare sempre il canale giusto!

Ma lasciamo per il momento da parte il discorso della ricezione di pensieri e concentriamoci sul fatto che, grazie al cibo, non solo cambia la nostra elaborazione dei pensieri, ma anche i pensieri su cui possiamo “sintonizzarci”. La qualità dei nostri pensieri e delle nostre emozioni, quello che in pratica siamo, dipende dunque strettamente da come il nostro corpo reagisce al cibo che assumiamo.

Mente sana in corpo sano: nessuna separazione

Noi viviamo in una società che, in molti casi, tende alla separazione. Dove la specializzazione è tale per cui un epatologo, per esempio, non comunica con un cardiologo. Dove l’aspetto mentale e quello fisico sono ritenuti separati. Spesso, infatti, abbiamo un modello di intellettuale che non ha alcuna attitudine atletica e, per contro, di un atleta ignorante dal punto di vista intellettuale.

Tutto questo, naturalmente, non corrisponde a verità: basta prendere in considerazione diversi atleti odierni, non da ultimo il compianto Pietro Mennea, ma anche atleti come Gianluca Vialli, per esempio, per comprendere come l’aspetto fisico e quello intellettuale siano ben lungi dall’essere separati e che, anzi, siano aspetti che possono ben compenetrarsi.

Se diamo, però, un’occhiata al passato, ci rendiamo subito conto che questa separazione non esisteva. Anzi, gli antichi romani avevano il ben noto motto: “mens sana in corpore sano”. Cosa significa? Che una mente non può funzionare davvero bene se non è in un corpo che funziona bene. Dunque, un problema fisico si ripercuote inevitabilmente sulla psiche.

Se facciamo ancora un passo indietro, fino all’antica Grecia, vediamo che l’integrazione tra corpo e mente era cosa acquisita. Un esempio ne è il “Ginnasio”, nome che ancor oggi denomina i primi due anni di Liceo Classico. Quando ero piccolo, chiedevo a mia madre se al Ginnasio si facesse ginnastica. Il nome, infatti, mi evocava quello. Mia madre, sorridendo, mi rispondeva che si faceva anche quello, ma non era lo scopo di quella scuola. Tuttavia, se diamo uno sguardo al termine gymnasium notiamo che questo deriva proprio da “ginnico”. Quindi, in qualche modo, in queste scuole le persone venivano educate anche alle attività atletiche e ginniche.

In effetti, il gymnasium era il luogo dove i giovani venivano educati alla retorica, alla filosofia e… all’atletica! La giornata tipo di Pitagora, per esempio, poteva comprendere, oltre a matematica e filosofia, anche lancio del giavellotto, corsa e così via. Le attività non erano viste come separate.

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Pensiamo anche “con la pancia” e non è solo un modo di dire!

Se diamo uno sguardo alla Medicina Tradizionale Cinese, vediamo che in essa l’intestino è considerato un “secondo cervello”. Non a caso, in alcuni quadri antichi, è proprio dalla pancia che vengono fatte apparire bollicine con pensieri. Per la medicina Cinese, l’intestino era denominato il “cervello di sotto”. E questo non è solo un modo di dire, ma rappresenta qualcosa di perfettamente tangibile e documentabile anche grazie ai metodi di ricerca che la medicina oggi può offrire.

Il fatto che, anche nel linguaggio comune, siano rimaste espressioni come “pensare con la pancia” o “prendere decisioni di pancia”, dice come questo fatto sia passato nel sentire comune. Per comprendere il legame tra emozioni e apparato digerente, basta fare attenzione a quello che proviamo quando avvertiamo determinate emozioni.

Quante volte, per esempio, quando un’emozione è negativa, avvertiamo bruciore allo stomaco? Non a caso, rimangono ancora oggi espressioni, quali “un pugno nello stomaco”, per definire qualcosa di sgradevole. La sensazione di “farfalle nello stomaco”, poi, è molto frequente, soprattutto nel caso di emozioni positive (ma talvolta anche negative).

Questi esempi fanno ben comprendere come il legame tra apparato digerente (in particolare l’intestino), pensieri ed emozioni sia molto di più di quello che si possa pensare. La fisiologia di oggi conferma pienamente tutto questo. Infatti, nell’intestino si trovano moltissimi neuroni. Esattamente uguali a quelli che si trovano nel cervello.

Questi sono sicuramente presenti in numero minore rispetto a quelli che troviamo nel cervello (circa un decimo), ma stiamo comunque parlando di molte centinaia di migliaia di cellule nervose. E sono tutt’altro che secondarie. Infatti, queste sono fondamentali anche per i meccanismi relativi al ricordo, proprio perché agiscono in maniera fortemente “emozionale”. E il ricordo è strettamente legato alla componente emozionale, come si può ben immaginare!

Il secondo cervello

Il “cervello di sotto”, quindi, è in grado di elaborare e prendere decisioni, esattamente come quello di sopra. E la stessa neurogastroenterologia sta arrivando a questa conclusione. Le recenti scoperte scientifiche confermano, come spesso accade, quanto le medicine tradizionali del passato avevano affermato. Ancora una volta, quindi, le scoperte recenti hanno confermato il ruolo dell’intestino nelle emozioni, così come nell’immunologia.

Uno degli studiosi che maggiormente si è occupato di questo argomento è Michael D. Gershon, della Columbia University. Gershon è autore del best seller “Il Secondo Cervello”, nel quale sono analizzate, in dettaglio, le relazioni esistenti tra l’intestino e il nostro pensiero.

Lo studioso statunitense si spinge ancora oltre, arrivando ad affermare buona parte, forse addirittura gran parte dei messaggi che il cervello riceve, arrivano dal cervello di sotto. Addirittura, si parla del 90% dello scambio totale. Queste strutture neuronali, ovviamente, sono “attivate” dal cibo che mangiamo. Che, quindi, proprio per sua stessa natura, influenza il nostro comportamento.

Sul discorso di come l’intestino influenza il modo di pensare e sentire torneremo in seguito, parlando di riferimenti con problematiche collegate alla psiche.

Interessante, a questo punto, è considerare come l’intestino reagisca non solo al cibo, ma anche alle emozioni. Ci può essere un legame più diretto tra questi due mondi? Quando ci nutriamo, assorbiamo anche le “emozioni del cibo”?

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Emozioni che “diventano cibo” e che possono passare nel cibo

Quando mangiamo, non assumiamo soltanto qualcosa che nutre il fisico. Se consideriamo quello che mangiamo in tutto il suo complesso, il cibo ha anche quelle che si definiscono “componenti sottili”.

Nell’ultimo articolo relativo all’autoguarigione, abbiamo già parlato dei corpi sottili e del fatto che costituiscono quello che di noi vi è oltre il corpo fisico. Bene, lo stesso vale anche per il cibo. Esso ha componenti “sottili” che, in qualche modo, ne fanno parte e che noi, mangiandolo, assumiamo. Assumere del cibo, quindi, non è solo assumere il suo nutrimento “fisico” ma anche il suo nutrimento “sottile”, legato ad altro rispetto al fisico stesso.

Tutto ciò potrebbe avere un qualche fondamento scientifico. Infatti, le emozioni che un determinato cibo incontra, la sua storia, il percorso che lo porta sulla nostra tavola, rimangono in qualche modo nel cibo stesso. La memoria dell’acqua può essere una risposta possibile: l’acqua, infatti, conserva memoria del suo percorso. Il cibo contiene acqua e quindi quella che è la sua storia rimane impressa nel cibo stesso, a livello ben più “fisico” di quello che si possa immaginare.

Le emozioni influenzano l’acqua e non solo

Se consideriamo gli studi sui cristalli d’acqua di Masaru Emoto, possiamo vedere come le emozioni influenzino l’acqua. Queste emozioni rimangono codificate nella sua struttura e sono pronte a “passare” in altri corpi che, in qualche modo, “assumeranno” quell’acqua anche se sotto altre forme.

In altri casi, queste emozioni rimangono codificate in sostanze chimiche, quali l’adrenalina che un animale potrebbe “scaricare” prima di essere ucciso o per i maltrattamenti subiti durante il suo allevamento. Un qualcosa, quindi, che contiene quella sofferenza che noi stessi, successivamente, assumiamo.

E pensate cosa potrebbe scatenare, a livello emozionale, un prodotto come il foie gras, tanto amato dai gourmet, viste le torture a cui sono sottoposti gli animali da cui deriva! Probabilmente, facendo mente locale su questo, si eviterebbe di consumarlo!

In generale, quindi, quando assumiamo un cibo, assumiamo anche altro. Assumiamo emozioni e sensazioni. Il maestro zen Thich Nhat Hanh, nella parte iniziale del suo libro “Spegni il fuoco della rabbia”, afferma che quando assumiamo uova di galline tenute in batteria, assumiamo la loro rabbia, mentre se mangiamo uova di galline felici, assumiamo la loro gioia.

Analogamente, in una carota coltivata con amore c’è il sole che l’ha fatta crescere, il contadino che l’ha nutrita, la pioggia che le ha permesso di diventare quello che è e così via. Tutto questo è parte di quella carota e quando la mangiamo, mangiamo tutto questo.

Quando si parla del rapporto tra cibo e comportamento, quindi, è importante considerare come tale rapporto coinvolga anche la qualità del cibo che mangiamo e tutto quello che il cibo immagazzina in sé al di fuori del cibo stesso, inclusa la gamma di emozioni che colui che sta preparando il cibo prova mentre lo prepara e colui che mangia sente mentre lo sta mangiando.

È dunque possibile che le emozioni passino nel cibo?

Partendo dal presupposto che il discorso è da ritenersi ancora “aleatorio”, è però possibile fornirne, almeno in linea teorica, un modello ben preciso che giustifichi come le emozioni legate al cibo possano cambiarlo.

Si tratta del “Modello Standard” della fisica (teoria che descrive i componenti primi della materia e le loro interazioni) che considera emozioni e pensieri, delle pure particelle energetiche. Queste particelle, interagendo con il cibo, potrebbero in qualche modo influenzarlo e diventarne parte, dando così luogo a una diversa composizione molecolare di ciò che mangiamo.

È quindi importante, dove possibile, conoscere la provenienza del cibo che mangiamo e prepararlo sempre con emozioni positive. Perché saranno queste le emozioni che poi ritroveremo in quello che mangiamo. Anche per questo alcune persone, particolarmente attente a questi aspetti del cibo, preferiscono cucinare loro stessi, piuttosto che andare a mangiare fuori, dove sovente chi cucina non è sicuramente allegro e gioioso e, molte volte, è sotto stress.

Il nostro comportamento dipende dunque dal cibo? Comportamenti patologici possono essere migliorati intervenendo sull’alimentazione? Ne parleremo nel prossimo articolo. Rimanete in contatto!

Riferimenti e approfondimenti

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Articolo pubblicato il 26 settembre 2017Categoria/e: Alle radici del b... Tag:, , , , Visualizzazioni: 1593Permalink: http://www ... ncia/
Sergio Ragaini

Articolo di: Sergio Ragaini

Scrittore e divulgatore. Laureato in Matematica, ha sempre visto la Matematica come mezzo per “andare oltre” le percezioni, oltre le...