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Se manca qualcosa

Le carenze: e se la risoluzione di molte malattie psichiatriche fosse in una overdose di vitamine o minerali?

Alla scoperta della Medicina Ortomolecolare

Questa ultima parte del lavoro sulle carenze è, forse, la più interessante poiché getta luce su una delle branche più oscure della medicina: la psichiatria che, a tutt’oggi, si basa solo sugli effetti di determinate malattie psichiatriche non avendo, almeno per ora, la possibilità di eseguire esami che possano fornire dati “oggettivi” sul funzionamento del cervello.

Affrontare il problema dal punto di vista delle carenze, tuttavia, potrebbe gettare una luce completamente nuova dove ora c’è, spesso soltanto oscurità. E chi ha avuto a che fare con situazioni psichiatriche, compresi i trattamenti spesso al limite dell’umano che vengono inflitti alle persone, ne sa qualcosa.

Vedremo come alcune carenze possano essere “indotte” da qualcosa e come lavorarvi su, seppur non sempre risolutivo, possa comunque portare a trattamenti di ben altra umanità. Trattamenti che non trasformano le persone in vegetali, ma piuttosto danno loro energia e nuova vitalità.

Inizieremo questa ultima tappa del viaggio con una domanda: assumere vitamine idrosolubili (quelle che non hanno rischi di sovradosaggio) in quantitativi molto elevati, ovvero molto superiori al nostro fabbisogno giornaliero, può indurre effetti davvero notevoli e forse strabilianti? Qualcuno dice di sì! E allora, andiamo a incominciare!

Sergio Ragaini

Medicina Ortomolecolare: quando le vitamine svolgono un ruolo forse inatteso

Questa particolare branca della medicina sostiene, sostanzialmente, che alcuni supplementi nutritivi, quali in particolare le vitamine e gli aminoacidi, generano effetti del tutto inaspettati e, spesso, notevoli sulle persone.

Questa tecnica terapeutica fu sperimentata per la prima volta da Friederik Klenner (1907-1984), medico a Reidsville, nella Carolina del Nord. Egli, nel 1940, testò l’utilizzo di mega dosi di vitamina C per la cura della poliomielite. Il loro uso massiccio fu però dovuto a Linus Pauling (1901-1994), Premio Nobel per la chimica nel 1954, il quale, in un articolo sul Giornale delle Scienze nel 1968, codificò i principi della medicina ortomolecolare.

Lo scopo di questa medicina è fornire un corretto apporto di supplementi nutritivi, di origine naturale o di sintesi, a dosaggi sempre molto superiori rispetto a quelli necessari per il fabbisogno giornaliero. Il tutto, comunque, unito ad una dieta sana. Chi ha utilizzato e utilizza questa medicina, sostiene di avere avuto effetti notevoli.

Pauling era sicuramente uno studioso accreditato, viste le sue conoscenze nel settore della chimica, tutte le sue deduzioni avevano dunque, sicuramente, cognizione di causa.

I detrattori di questa tecnica medica sostengono la mancanza di un suo fondamento scientifico. Tuttavia, non credo che l’uso di determinati farmaci psichiatrici (quali i neurolettici ad esempio), soprattutto come viene effettuato oggi, ne abbia di più. Consideriamo anche il fatto che le tecniche proposte da Pauling erano e sono sicuramente meno prive di rischi e di danni, rispetto alla somministrazione di sostanze come i neurolettici.

Credo importante ribadire che ogni persona dovrebbe essere libera di seguire le cure che desidera, senza che nessuno glielo impedisca. E questo, per me, è essenziale.

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Vitamine e minerali nelle malattie psichiatriche: una possibile cura

Siamo giunti quasi alla fine del nostro viaggio. E, come spesso accade, forse la tappa più interessante è quella che sta per arrivare. Ci apprestiamo, infatti, a dimostrare come vitamine e minerali possano, in alcuni casi, risolvere patologie psichiatriche anche giudicate gravi. Lasciando forse andare, almeno in quel caso, trattamenti spesso aggressivi come quelli che la psichiatria propone e, spesso, impone ai pazienti, rendendoli dipendenti.

Psichiatria: una scienza? Direi di no!

La prima domanda che ci poniamo è se la psichiatria sia una Scienza oppure no. La risposta credo sia negativa. Torniamo allo schema proposto nel primo articolo, quello relativo a causa ed effetto della malattia. Una malattia si caratterizza mediante cause ed effetti; collegati agli effetti, ci sono poi una serie di sintomi che gli effetti generano.

Facciamo un esempio con una malattia nota: il diabete. Tralasciando la causa che l’ha provocato, l’effetto che appare è un aumento del tasso di glucosio nel sangue. I sintomi possono essere di vario tipo e possono manifestarsi anche anni dopo la comparsa degli effetti. Per questo motivo, il diabete è una malattia piuttosto pericolosa, proprio per la sua caratteristica di essere, in buona parte, asintomatica.

Lo schema che è importante tenere presente è: cause-effetti-sintomi. Un effetto, quindi, è qualcosa di misurabile in maniera oggettiva mediante appositi esami.

La psichiatria ha effetti misurabili? La risposta è no. Non ne ha. Tutto quello su cui la psichiatria si basa è lo studio dei sintomi. Quindi, quando in psichiatria si parla di squilibri nella chimica del cervello, sono solo ipotesi e supposizioni, dietro le quali non c’è alcun dato oggettivo.

Vengono quindi prescritti e somministrati farmaci per modificare delle strutture del cervello che non si sa se funzionano oppure no. Nessuno ha eseguito delle misure oggettive per verificarlo. Inoltre, le modifiche che vengono effettuate in maniera biochimica sono spesso aggressive, per non dire di peggio.

Prodotti come i neurolettici (termine che significa “afferrare il neurone”), ad esempio, inibiscono la trasmissione della dopamina, neurotrasmettitore legato sia al pensiero sia alla fluidità dei movimenti. Non a caso, i malati di morbo di Parkinson hanno le zone del cervello che producono dopamina danneggiate. L’effetto di questi prodotti è dunque quello di interrompere le connessioni tra i neuroni.

Di fatto, quindi, viene bloccato il pensiero. Ovviamente, i sintomi della schizofrenia diminuiscono, ma la persona viene ridotta a livello vegetativo. È come staccare la luce quando un elettrodomestico non funziona più: quell’elettrodomestico si ferma, ma nulla in quella casa funziona più. Inoltre, somministrando neurolettici si ottengono, prima o poi, gli stessi effetti del morbo di Parkinson.

Nati per calmare i pazienti prima degli interventi operatori, questi prodotti sono stati utilizzati in relazione alla schizofrenia, senza alcuna base di tipo scientifico e sono a tutt’oggi utilizzati.

Esistono soluzioni alternative? Forse non sempre, ma in alcuni casi, e nemmeno così pochi, sì.

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SOS Schizofrenia? La risposta nel criptopirrolo, nell’istamina e nel rame

Criptopirrolo, una parola che a qualcuno potrebbe dire poco. Eppure, questa parola potrebbe dire molto a chi soffre di problematiche come la schizofrenia, e assume cure come i neurolettici. Questa parola potrebbe offrire, almeno in parte, una soluzione “tangibile” a chi ha questo problema.

Il criptopirrolo (talvolta indicato con il simbolo KP e noto anche come “fattore malva”) è un prodotto, sostanzialmente inutile, che deriva dalla sintesi dell’emoglobina, una proteina che è, invece, importantissima per l’organismo: è presente all’interno dei globuli rossi, contiene ferro ed è deputata al trasporto di ossigeno dai polmoni ai vari tessuti. Una concentrazione eccessiva di criptopirrolo, conseguente ad un’anormale sintesi di emoglobina, causa pirroluria (o malvaria). Questo cosa comporta?

Il criptopirrolo tende a legarsi alla piridossina, uno dei componenti della vitamina B6, causandone l’indisponibilità. Oltre a questa vitamina, il criptopirrolo si lega allo zinco, causando l’indisponibolità anche di questo elemento. La conseguenza? Chi ha dentro il proprio corpo alte dosi di criptopirrolo comincerà a manifestare, necessariamente, carenze di vitamina B6 oltre che di zinco. Il criptopirrolo viene smaltito attraverso le urine.

A quale livello le concentrazioni di criptopirrolo divengono pericolose? Fino a 10 micromoli/dl questa sostanza è innocua. Il campanello d’allarme inizia a suonare quando la dose supera questa soglia. Alla concentrazione di 20 micromoli/dl si ha una forte pericolosità.

Criptopirrolo e malattie psichiatriche: qual è il nesso?

Il legame c’è ed è sicuramente molto forte. Infatti, eseguendo le analisi delle urine di molti pazienti schizofrenici, è stato verificato che questi, in alcuni casi, presentano un alto tasso di criptopirrolo, superiore alla soglia delle 20 micromoli/dl.

A questo punto è sufficiente fare due conti: gli schizofrenici con un alto tasso di criptopirrolo nelle urine hanno, di conseguenza, carenze di vitamina B6. Questo dimostra il legame tra schizofrenia e carenza di vitamina B6. In fondo, è noto che questa vitamina è fortemente legata al sistema nervoso. Quindi, il fatto che il suo ammanco generi schizofrenia non stupisce!

Tornando allo schema proposto in precedenza, cause-effetti-sintomi, quanto descritto sinora ci dice una cosa davvero importante: l’effetto misurabile questa volta l’abbiamo ed è la carenza di vitamina B6 causata da criptopirrolo. Oltre alla carenza di vitamina B6, il criptopirrolo provoca carenza di zinco e, da quello che si sa, anche la carenza di questo oligoelemento è causa di problemi a livello del sistema nervoso.

È interessante, a questo punto, parlare di percentuali: quanti pazienti affetti da sintomi di schizofrenia sono anche affetti da pirroluria? Dati sperimentali mostrano che la pirroluria è responsabile di circa il 27% dei casi di schizofrenia. Nel senso che il 27% dei pazienti con sintomi di schizofrenia (ricordiamo, tuttavia, che non esiste nessun esame oggettivo per testare questa presunta patologia) hanno alti tassi di criptopirrolo nel sangue, quindi soffrono di pirroluria.

Istapenia e Istadelia: in molti casi significano schizofrenia

Altre due cause importanti che generano schizofrenia sono l’istapenia e l’istadelia, ovvero la scarsa e l’eccessiva produzione di istamina. Secondo Carl Pfeiffer, studioso di medicina ortolomecolare e seguace di Pauling, queste sono responsabili, rispettivamente, del 50% e del 20% dei casi di schizofrenia.

E il rame?

Il rame è un oligoelemento necessario. Causa, però, l’eliminazione dello zinco che, come abbiamo visto, è importante per il sistema nervoso. Gli schizofrenici presentano, in genere, tassi di rame molto superiori alla norma. Questo è un altro fattore di indagine importante. Un fattore che, unito all’osservazione fatta in precedenza sulla pirroluria, ci offre una possibile (benché non risolutiva) alternativa di cura della schizofrenia. Il vantaggio? Controllare la problematica in modo molto meno aggressivo dei neurolettici e, soprattutto, preservare la vitalità dei pazienti anziché cancellarla, come spesso i neurolettici fanno.

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Vitamina B6, vitamina B12, metionina, zinco e manganese: che la cura abbia inizio

Secondo la Medicina Ortomolecolare, per controllare la schizofrenia, in caso di pirolluria, basta somministrare alte dosi di vitamina B6 e B12 (la cui carenza provoca un disturbo simile alla schizofrenia), unitamente a zinco e manganese. La somministrazione di manganese è importante perché questo oligoelemento, essendo una pompa di rame, permette di eliminare il rame in eccesso. Questo trattamento non curerà la schizofrenia, ma permetterà comunque di tenerla sotto controllo in maniera efficace.

Anche nei casi di istapenia e istadelia la medicina ortomolecolare fornisce la risposta. Nel caso di istapenia, la cura è data da grandi dosi di vitamine del gruppo B, in particolare B3 e B12, acido folico, unitamente a zinco e manganese. Si consiglia una dieta prevalentemente a base di proteine animali. Nel caso invece di istadelia, oltre alle alte dosi di vitamine del gruppo B, si utilizzano anche metionina (un aminoacido) e calcio.

Per curare definitivamente le persone che manifestano i sintomi della schizofrenia, almeno nel caso della presenza di pirolluria, occorrerebbe agire sulla sintesi dell’emoglobina per correggerla in maniera definitiva, evitando così la produzione di dosi eccessive di criptopirrolo. Ma questa disfunzione appare di tipo genetico. Tuttavia, visto che la pirroluria è responsabile di circa il 27% dei casi di schizofrenia, credo fermamente che le ricerche andrebbero orientate su questo aspetto.

Come se non bastasse, la pirroluria è associata anche al 18% dei sofferenti di disturbo bipolare e al 20% dei sofferenti di depressione e autismo. Si tratta di numeri già piuttosto significativi, direi!

Sempre dati sperimentali mostrano, inoltre, che la pirroluria incide sulla popolazione generica per il 10%. Questo significa che il 10% delle persone cosiddette “sane”, avrebbero un eccesso di criptopirrolo nelle urine e, di conseguenza nel loro corpo. Quello che colpisce, in tal senso, è che questo fatto sia quasi del tutto ignorato.

E vi dirò di più. Lo sapete che alle persone affette da disturbi quali la schizofrenia, non vengono prescritti esami per verificare la presenza eccessiva di criptopirrolo nelle urine, oppure squilibri a livello di istamina? Strano ma vero! E su questo lascio aperto l’interrogativo.

Quello che è interessante avere definito, comunque, è il fatto che le situazioni precedenti esauriscono quasi tutti i casi di schizofrenia. Rendendo quindi, di fatto, l’utilizzo dei neurolettici circoscritto alle sole situazioni di emergenza.

SOS Disturbo Bipolare? La risposta nel vanadio

Il vanadio, invece, è un elemento piuttosto raro, è presente in alcuni composti e nella maggior parte dei tessuti del corpo umano. È un prodotto necessario per il metabolismo cellulare del ferro e per lo sviluppo dei globuli rossi. È utile nello sviluppo delle ossa e nelle cardiopatie, riduce gli effetti del diabete mellito e contrasta la sintesi del colesterolo. Il suo eccesso è però associato al disturbo bipolare.

La terapia, in questo caso, è data dalla somministrazione di alte dosi di vitamina C. Questa contrasta gli effetti negativi del vanadio, senza eliminarne quelli benefici. Anche questo trattamento potrebbe non essere risolutivo, ma è sicuramente meno dannoso di quello normalmente utilizzato in psichiatria che, oltre agli antidepressivi presuppone, talvolta, l’impiego di neurolettici.

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SOS Depressione? La risposta nella serotonina

La serotonina è un neurotrasmettitore responsabile dell’umore. Una sua diminuzione è associata alla depressione. La serotonina è sintetizzata, per il 90%, nell’intestino (il nostro secondo cervello), dove sono peraltro presenti diversi neuroni. Per questo motivo, la depressione può essere associata a disturbi gastrointestinali: quando l’intestino funziona male, la serotonina non viene adeguatamente prodotta e la depressione insorge. La frase “pensare con la pancia” non è, quindi, solo un modo di dire.

Per combattere la depressione vengono, in genere, utilizzati farmaci detti “inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina” (SSRI). Questi hanno un’azione molto complessa: impediscono alla serotonina emessa a livello sinaptico di essere riassorbita nello spazio tra i neuroni. In pratica, il farmaco non aumenta la produzione di serotonina, ne blocca semplicemente l’eliminazione.

È come se, avendo una nave che imbarca acqua, invece di riparare la falla ci si preoccupasse di costruire pompe sempre più potenti per pompare l’acqua al di fuori. Nel caso degli SSRI, i livelli di serotonina si alzeranno, quindi, solo per il tempo di durata dell’effetto del farmaco, rendendo così il paziente in terapia dipendente da esso vita natural durante. Lavorando, invece, sulla produzione di serotonina, si ottengono benefici più stabili.

Ma come lavorare sulla produzione di serotonina? Basta tenere presente che il 90%, della serotonina è prodotta nell’intestino: un cattivo funzionamento dell’intestino implica, quindi, una scarsa produzione di serotonina.

Sono noti casi di depressione connessi, ad esempio, a intolleranze alimentari. Un’amica, anni fa, soffriva di depressione e, grazie ad un test sulle intolleranze alimentari, ha scoperto una parziale intolleranza al glutine. Evitando la pasta e in generale i prodotti contenenti glutine, la depressione è come svanita d’incanto.

Un aiuto importante per la depressione è il magnesio. Questo minerale, infatti, grazie alla sua azione a livello gastrointestinale, aiuta l’equilibrio del sistema nervoso riducendo, tra l’altro, la secrezione di adrenalina.

Va ricordato, inoltre, che anche la carenza di vitamina B6 può impedire la regolare produzione di serotonina. Integrando questa vitamina, il problema può così essere risolto o comunque controllato senza danni per l’organismo. Danni che determinati farmaci, soprattutto se assunti per lungo tempo, possono provocare.

Siamo giunti al termine del nostro viaggio. Un viaggio che ci ha “condotti per mano” nell’analisi delle cause della malattia e nel legame con le possibili carenze che la determinano. Il lavoro proposto non ha, sicuramente, la pretesa di avere fornito un qualcosa di definitivo ma solo una panoramica sommaria relativa alle carenze.

È importante ricordare che non sempre risolvere una carenza risolve una malattia (sebbene lavorare sulla carenza sia fondamentale per evitare che la malattia si aggravi); che l’intervento della medicina tradizionale molte volte può salvare la vita; che nulla esclude di affiancare ai trattamenti tradizionali quelli alternativi e, in alcuni casi, anche di sostituirli, ma sempre con intelligenza.

Quando lo scopo è il benessere dell’uomo, tutto va bene. L’importante è tenere sempre a mente l’obiettivo, ovvero ridare benessere e armonia dove questi non sono più presenti. Poi, farlo in un modo piuttosto che in un altro, non credo cambi molto le cose.

È la consapevolezza che deve guidare le nostre scelte, perché la consapevolezza è alla base del benessere, a tutti i livelli. Se questa sarà presente, in ogni momento faremo le scelte corrette, anche nell’utilizzo di prodotti curativi. E, se è il caso, ci affideremo a coloro che, consapevolmente, ci guideranno nel migliore dei modi.

Buon proseguimento!

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Articolo pubblicato il 10 Gennaio 2017Categoria/e: Alle radici del b... 27% dei casi di s... Visualizzazioni: 8302Permalink: https://ww ... rali/
Sergio Ragaini

Articolo di: Sergio Ragaini

Sono Sergio Ragaini, matematico, scrittore e divulgatore. Ho sempre visto la matematica come mezzo per “andare oltre” le percezioni, oltre...