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Vaccini: valido aiuto o danno alla salute?

Vaccini “vivi”, “non vivi” o “scomposti”: sai qual è la differenza?

Vaccini, se ne parla tanto, nel bene e nel male. Per alcuni sono salvezza, per altri una strada per la malattia.

In questa serie di articoli cercheremo di capire qualcosa di più, partendo dal presupposto che i vaccini possono davvero aiutare a debellare le malattie, come già hanno fatto in passato e come continuano a fare anche oggi, a patto, naturalmente, di utilizzarli nel modo e per gli scopi corretti. Vedremo in che modo.

Ci occuperemo qui di approfondire cosa sono i vaccini, da cosa derivano, perché si chiamano così e quali sono le principali azioni. L’obiettivo è di iniziare a vedere questi farmaci nella loro giusta ottica.

Sergio Ragaini

 

Vaccini, un tema molto dibattuto, oggi. Un tema che emerge di forza, in diversi momenti. Da una parte, sovente, ci sono le Istituzioni che li caldeggiano, che li raccomandano. Dall’altra parte, come a fare loro eco, ci sono gli avversatori, che ne sciorinano ogni possibile effetto deleterio.

Come sempre, le posizioni estreme sono da evitare. La conoscenza, la consapevolezza, sono sempre le armi fondamentali per non cadere in nessuna propaganda, né quella del tutto “pro”, né quella del tutto “contro”.

Sapere di cosa si sta parlando, conoscere i meccanismi d’azione, gli eventuali rischi e la loro probabilità, è sempre il modo corretto per non rimanere vittima delle varie fazioni demagogiche, che non portano alcun vantaggio alla nostra salute.

La conoscenza è sempre la cosa migliore per poter scegliere consapevolmente, basta capire quando un vaccino è una necessità, quando un forte aiuto, quando non serve e quando, invece, è meglio evitarlo.

Lo scopo del lavoro che vi propongo non è dirvi, ovviamente, cosa scegliere nei vari casi (anche se in alcuni la scelta affermativa, vedrete, sarà quasi implicita!), ma di permettervi di scegliere con una maggiore consapevolezza.

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Vaccini: cosa sono? Qual è il loro meccanismo d’azione?

Un vaccino è quasi una forma di “stimolo all’autoguarigione”. Ricordate, nell’articolo “Lo sai che esistono terapie sottili e naturali capaci di ridonare armonia e benessere al nostro corpo?“, il discorso sull’omeopatia?. Bene, un vaccino non è qualcosa di così diverso! O, meglio, lo è, perché lavora su quantità ben definite. Ma, con l’omeopatia, condivide l’idea del “simile che cura il simile”.

Infatti, un vaccino altro non è che… la malattia. Intendiamoci, non la malattia vera e propria ma una sua forma così indebolita da non essere più pericolosa per noi. Vaccinare significa somministrare a una persona la malattia che si vorrebbe prevenire o, meglio, una forma indebolita di quello stesso batterio o virus in grado di generare quella malattia.

In fondo, nell’omeopatia avviene la stessa cosa: si somministra un qualcosa che, “a quantitativi diversi”, è in grado di generare la malattia. In tal modo, il corpo mette in atto i meccanismi di autoguarigione per potersi difendere dalla malattia stessa.

Al di là di questi meccanismi, nel caso dei vaccini, rispetto all’omeopatia, vi sono poi delle differenze sostanziali. La prima, la più visibile, è che nel vaccino non si parla di dosi infinitesime ma di quantitativi ben presenti. Quella che viene data non è, quindi, una diluizione grandissima del principio che genererebbe la malattia, ma un quantitativo ben misurabile della stessa e, a tutti gli effetti, rilevabile.

Nei vaccini, dunque, il batterio o il virus esiste ed è ben presente. Ma, per non causare la malattia, deve essere in qualche modo “disattivato” o, almeno, “indebolito”, in modo tale da non colpire l’organismo.

Talvolta, per facilitare o addirittura permettere l’immunizzazione, è necessario “stimolare” il sistema immunitario (con opportune sostanze), a produrre anticorpi.

Tutto questo, naturalmente, suscita delle questioni, che poniamo per ora in maniera “sommaria”, riservandoci di dare una risposta più completa in seguito.

Cosa contestano i detrattori?

  • Uno dei problemi che i detrattori dei vaccini maggiormente sollevano è proprio la tossicità delle sostanze utilizzate al loro interno.
  • Un’altra questione sollevata è relativa ai cosiddetti “attivatori”, vale a dire quelle sostanze che vanno a stimolare la produzione di anticorpi. Sono sempre sicuri?
  • Infine, ma forse potrebbe essere la prima questione da porsi, è che, mediante questi preparati si “somministra la malattia”! Questo non comporta un rischio di ammalarsi “veramente” di quella malattia che si vuole combattere?

Tutte queste questioni saranno trattate, in maniera approfondita, nel prossimo articolo.

Bene, ma come sono nati questi prodotti? Perché si chiamano con un nome che evoca i bovini, ad esempio? Come si sono sviluppati?

Tutto ebbe inizio… con una malattia bovina!

Il nome “vaccino” significa letteralmente “di mucca” e, infatti, è uguale a quello del corrispondente aggettivo che indica, ad esempio, il latte o il formaggio vaccino.

Ci chiediamo però il perché di questo nome. Come può un prodotto che, in qualche modo, “attiva” la produzione di anticorpi, immunizzandoci nei confronti di una malattia, richiamare nel nome un qualcosa di derivazione bovina?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo andare indietro nel tempo di circa 220 anni. Il 14 maggio 1796, il dottor Edward Jenner (1749-1823), medico inglese, iniettò in un bambino di 8 anni una piccola quantità di materiale purulento proveniente dalle ferite di una donna.

La donna soffriva di “Vaiolo Vaccino”, ovvero una forma di vaiolo che colpiva i bovini e talvolta anche i loro allevatori. Il bambino non solo non ebbe alcuna reazione negativa, ma divenne immune alla malattia.

Questo evento segnò una svolta molto importante nella medicina perché mostrò, chiaramente, come la malattia stessa, in una forma più “debole”, possa far sì che la persona ne divenga immune.

Dal nome della malattia bovina a cui si riferiva e dalla quale il bambino era stato immunizzato, questa pratica di iniettare “la malattia” in forma più debole venne chiamata “vaccinazione”. Così, una nuova strada si era aperta. Un strada che avrebbe donato frutti davvero luminosi all’umanità.

E proseguì con la rabbia

Un altro passo importante fu fatto, successivamente, dal chimico francese Louis Pasteur (1822-1895), noto per l’invenzione di quella tecnica di sterilizzazione di prodotti alimentari (in particolare ricordiamo il latte) detta “pastorizzazione”.

Pasteur studiò in particolare il virus della rabbia. Dopo avere compreso che il materiale più favorevole al virus era il cervello, Pasteur prelevò alcuni frammenti di midollo di un coniglio morto per rabbia e li pose, appesi mediante un filo, in un flacone sterile, sul fondo del quale erano adagiati alcuni pezzetti di potassa caustica (idrossido di potassio).

Dopo avere lasciato il tutto “a riposo” per alcuni giorni (durante i quali il midollo aveva perso il suo potere virulento) e, successivamente, mescolato con dell’acqua pura, Pasteur sperimentò il preparato su alcuni cani, inoculandolo tramite iniezione sottocutanea. Questi sopravvissero alla rabbia, a differenza degli altri a cui non era stato somministrato nulla.

Il 6 luglio 1885 Pasteur ebbe l’occasione di sperimentare il suo preparato su un bambino di 9 anni, Joseph Meister, morso da un cane idrofobo. A questa iniezione ne seguirono altre 11, nell’arco di circa due settimane, tra lo sgomento e l’incredulità delle persone, che vedevano nel gesto di Pasteur una certa imprudenza. Tuttavia, il bambino si ristabilì completamente.

L’1 marzo 1886, Pasteur, davanti all’Accademia delle Scienze, potette affermare che, su 350 persone sottoposte a trattamento preventivo antirabbico, vi era stato un solo decesso. Questo fatto segnò, quindi, a tutti gli effetti l’inizio delle moderne vaccinazioni.

Alla vaccinazione contro la rabbia seguirono poi quella contro il vaiolo, resa obbligatoria in Italia nel 1888 (Legge Crispi-Pagliani) e l’antidifterica, obbligatoria in Italia dal 1939 e molte altre, che hanno permesso di debellare pericolose malattie.

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Vaccini “vivi”, “non vivi” , “scomposti”

Esistono delle categorie di vaccini? La risposta è affermativa. Esistono due categorie fondamentali:

  1. vaccini “vivi” (talvolta detti SABIN)
  2. vaccini “non vivi” (talvolta detti SALK).

Entrambe le categorie hanno avuto origine con la scoperta del vaccino contro il virus “enterico” della poliomelite.

Vaccini “vivi”

I vaccini SABIN devono i loro natali al medico polacco Albert Bruce Sabin (1906-1993) e sono caratterizzati dal fatto di contenere, in forma “viva”, il batterio o il virus della malattia dalla quale ci si vuole immunizzare.

Naturalmente il batterio o il virus sarà presente in forma, per così dire “attenuata”, ma ancora “attiva”. Solitamente, i metodi utilizzati per attenuarli sono di tipo naturale.

La somministrazione del vaccino SABIN contro la Poliomielite è per via orale (va messo su una zolletta di zucchero) e non può essere effettuata su pazienti immunodepressi (pazienti affetti da Aids o da forme tumorali, per esempio).

Vaccini “non vivi”

I vaccini SALK devono, invece, la loro origine al medico statunitense Jonas Edward Salk (1914-1995) e sono caratterizzati dal fatto che i virus o i batteri in essi contenuti non sono più “vivi”, ma vengono uccisi (inattivati), utilizzando sostanze chimiche, quali la formaldeide.

La somministrazione è per via intramuscolare e va ripetuta periodicamente (solitamente dopo un certo numero di anni).

Un vaccino “vivo”, proprio per la sua caratteristica di contenere, a tutti gli effetti, la malattia nel suo stato attivo (anche se indebolito), porta con sé un maggior rischio di far contrarre la malattia a seguito di vaccinazione rispetto a uno “inattivo”.

Questo è uno dei motivi che portò, inizialmente, la Comunità Internazionale a preferire il vaccino contro la poliomelite di Salk rispetto a quello di Sabin.

Il vento del divenire fece successivamente pendere l’ago della bilancia verso il vaccino di Sabin, anche a causa del fatto che il vaccino di Salk, pur eliminando diverse complicanze, non annullava del tutto il rischio di contagio. Infatti, grazie anche a un suo proficuo utilizzo nell’Est Europeo, dal 1959 il vaccino Sabin fu quello più utilizzato nel Mondo.

Nel 1963 questo fu introdotto in Italia, e reso obbligatorio a partire dal 1966. Il vaccino di Sabin ha contribuito a debellare questa malattia. Una malattia che, nella prima parte degli anni 50 del 1900, causava gravissimi problemi nel Mondo, anche in quello cosiddetto “evoluto”, si ricordi, ad esempio, l’Epidemia di Copenaghen del 1952.

Questo fatto, comunque, già dovrebbe far riflettere i “detrattori dei vaccini”. E non è l’unico caso in cui un vaccino abbia contribuito a cancellare dal Pianeta pericolose malattie. Vedremo poi se, oggi, abbia ancora senso continuare a fare questo vaccino, visto che la malattia è ormai di fatto inesistente. Ne parleremo in seguito.

Tra i vaccini “vivi” possiamo ricordare anche quello contro il vaiolo e quello contro il tifo, il noto “vivotif”, che si assume per via orale (solitamente in tre capsule da assumere in tre giorni diversi e da conservare a 4 gradi).

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Vaccini “scomposti”

Terminiamo ora la nostra panoramica sui vaccini con quelli che ho definito, in modo approssimativo, “scomposti”. Questi vaccini si ottengono agendo su parti di virus o di batteri, inattivandoli, oppure su tossine prodotte da batteri.

Nel caso dei virus, in alcuni casi si rimuove dal virus stesso una sua parte, in alcuni casi la si sintetizza e la si usa come vaccino. È il caso, ad esempio, del vaccino contro l’epatite B o contro l’influenza.

Nel caso dei batteri, si individua la proteina che provoca la malattia (detta appunto “tossina”), la si preleva e la si inattiva. La tossina inattivata viene detta “anatossina” ed è innocua. A questa categoria appartengono, per esempio, i vaccini contro il tetano, contro la difterite e i nuovi vaccini contro la pertosse (che sono “acellulari”, proprio per questo fatto).

In altri casi si utilizza una parte del rivestimento glucidico dei batteri, cercando di generare una risposta immunitaria nei confronti di questo. Nei bambini, tuttavia, questa risposta non è molto buona, ragione per cui, per aumentarla, si lega il rivestimento a una proteina innocua. A questa categoria appartiene il vaccino contro l’Haemophilus e quello nuovo contro lo pneumococco.

Terminata questa breve carrellata di tipo storico sui vaccini, ci si appresta ad affrontare un tema sicuramente più “scottante”: il rapporto rischio/beneficio.

Nel prossimo articolo cercheremo, infatti, di capire se il rischio legato alla somministrazione di un vaccino è “davvero” così rilevante, oppure si tratta semplicemente di dati sovrastimati o del soffermarsi a quei pochi casi in cui un vaccino ha causato dei problemi, trascurando le miriadi di casi in cui, invece, ha portato benefici, spesso davvero grandi.

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Articolo pubblicato il 31 Maggio 2017Categoria/e: Alle radici del b... aiutare a debellare Visualizzazioni: 3053Permalink: https://ww ... enza/
Sergio Ragaini

Articolo di: Sergio Ragaini

Sono Sergio Ragaini, matematico, scrittore e divulgatore. Ho sempre visto la matematica come mezzo per “andare oltre” le percezioni, oltre...